da “Gestire lo studio”, la rubrica di Paola Parigi su Il Sole 24 Ore.
In America e Inghilterra (e Germania), gli studi legali si sono strutturati in grandi organizzazioni, favoriti da una legislazione professionale più flessibile (ad esempio, data la possibilità di impiegare altri avvocati con un contratto di lavoro subordinato) e da una diversa cultura del mercato dei servizi legali.
Non deve stupire che questo processo sia partito da molto lontano (in certi casi dalla fine dell’800). Economie dinamiche e attitudine alla colonizzazione, oltre al favore garantito dalla lingua inglese e dalla crescente espansione del mercato, hanno indotto le Law firm a seguire i propri clienti in mezzo mondo, aprendo filiali o fondendosi con studi locali già affermati nelle singole regioni.
Chi sono questi clienti e che lavoro fanno questi studi? La domanda è legittima e proviene soprattutto dalla fascia, molto diffusa, dell’avvocatura che non vi è mai entrata in contatto. Ebbene, buona parte di questi studi assiste le banche nelle loro politiche di investimento. Fornisce assistenza contrattuale alle negoziazioni per acquisizioni di altre banche, di imprese e nel finanziamento di operazioni di acquisizione, fusione e trasformazione societaria.
Ancora assiste nella redazione di contratti e prospetti per operazioni di quotazione in borsa o emissione di titoli, ma spesso anche per gli aspetti fiscali e giuslavoristici delle operazioni straordinarie che riguardano società. Fanno questo e molto altro. E lo fanno sempre più per clienti italiani. Non più solo si occupano di seguire i propri clienti all’estero, ma grazie alle competenze e all’organizzazione, si propongono come consulenti nelle grandi operazioni per imprenditori, banche, fondi di private equity e altri investitori locali.
L’aspetto più interessante del fenomeno della loro espansione territoriale è, tuttavia, il tipo (o, meglio, i tipi) di organizzazione che gli studi si sono dati e hanno sviluppato nel tempo. Normalmente questa organizzazione è verticistica, prevede un capo globale, affiancato da un consiglio e capi regionali. Prevede forme anche diverse per ciascuna area del mondo di compartecipazione agli utili, ovvero ne prevede una valida per tutti. Di solito poi impiega (nei paesi dove questo è consentito) avvocati come dipendenti, associati in partecipazione, o come soci.
Gli avanzamenti in carriera sono correlati all’anzianità di servizio nello studio e senz’altro anche alla produttività dimostrata, in termini di fatturato prodotto. L’estrema specializzazione del lavoro (che esclude quasi totalmente le attività giudiziali), ha indotto anche la creazione di un “mercato” delle teste, se così vogliamo chiamare il fatto che, per candidarsi a lavorare in questi studi è previsto un curriculum specifico che includa la perfetta conoscenza di una o più lingue straniere, studi di diritto internazionale e di business law. Quello che conta, tuttavia, è che non si tratta di studi in diretta concorrenza con la maggioranza degli studi legali italiani dai quali si differenziano per tipologia di lavoro e di clientela.
Diciamo che se la giocano tra loro e con i pochi studi italiani che si occupano delle stesse materie. L’aspetto inquietante di questo fenomeno è che non è bilanciato da una esportazione degli studi legali italiani all’estero. Quei pochi che hanno aperto filiali hanno rincorso necessità logistiche di alcuni clienti che richiedevano la loro presenza su altri mercati, vuoi perché vi avevano localizzato le attività (Est europeo, Cina), vuoi perché vi sono i mercati finanziari di maggior interesse (Londra, New York), o ancora perché vi si trovano le maggiori autorità della Ue. Al momento manca in Italia la capacità di esportare l’attività di uno studio legale.
Eppure non mancano grandi aziende italiane nel mondo, né tantomeno mancano gli italiani, quindi potenzialmente non mancano gli interessi a lavorare su altri mercati. La verità è che manca la possibilità per un avvocato italiano di confrontarsi ad armi pari con un collega europeo, non certo per ignoranza del diritto, ma per ignoranza diffusa delle lingue e delle procedure straniere e forse, fatto ancor più grave, per un’inconscia paura ad affrontare la professione secondo altre categorie di pensiero e con tutt’altre prerogative. L’Unione europea ha, con la direttiva sul libero stabilimento dei professionisti, dato una forte spallata ai confini giuridici che di fatto rendevano difficile l’esportazione. Contiamo che per le briglie culturali, il tempo sia galantuomo.