Gli studi legali che hanno tentato di strutturarsi come società tra avvocati negli ultimi anni, l’hanno fatto con l’intenzione di condividere risorse, clienti e competenze in modo più organizzato, produttivo e redditizio. Il modello ideale però non si trova, tra i limiti dell’associazione professionale, della Sta o della Sta Coop e molti preferiscono basare la collaborazione sulla stretta di mano, o poco più.
Questo trend non è cambiato negli anni, anche secondo il recente rapporto sull’avvocatura elaborato dal Censis per Cassa Forense e presentato nell’aprile del 2025. Secondo la ricerca, il numero degli avvocati che esercitano all’interno di uno studio legale organizzato in associazione o in società tra avvocati (Sta), non raggiunge il 10% del totale degli iscritti all’albo.
La formalizzazione di rapporti di collaborazione snelli e non rigidi, come i cosiddetti network tra studi legali invece, rappresenta un trend in crescita tra le richieste di consulenza di marketing e organizzazione degli ultimi mesi, almeno secondo l’osservatorio privilegiato di Paris&Bold.
Sempre più studi cercano la formula per disciplinare la loro best friendship o, in certi casi, un sodalizio di scopo nell’offerta di prodotti specifici, multidisciplinari o diffusi territorialmente, ma non trovano un modello societario che risponda alle loro esigenze.
Le principali ragioni sono giuridiche: le forme societarie previste per gli avvocati sono limitanti, costose, non agili e non portano significativi vantaggi fiscali.
L’unica forma che offre una certa flessibilità e qualche convenienza è la Sta Coop., ma per ragioni di governance non si adatta a tutte le compagini, tantomeno a quelle che hanno una forte caratterizzazione gerarchica.
Per approfondire questo aspetto rimandiamo ad altri articoli su questo blog:
Il rapporto del Censis rivela un quadro articolato e stratificato della professione legale nel nostro Paese che però non è molto cambiato negli ultimi decenni, nonostante l’introduzione di nuove forme societarie nel 2012, ad opera della “nuova” legge professionale.
Secondo il Censis:
Questi dati confermano una forte tendenza verso la frammentazione e la flessibilità e soprattutto la scarsa fiducia nelle strutture organizzative tradizionali come le associazioni professionali o le (relativamente) giovani società tra avvocati, di capitale o di persone.
La creazione di società richiede un allineamento di obiettivi e valori tra soci che può risultare difficile in un contesto di differenze generazionali e di percorso professionale. Sono allo studio nuove proposte di riforma per la modernizzazione della professione che ci auguriamo prendano piede, ma per esperienza sappiamo che queste riforme in passato hanno richiesto anche alcuni decenni.
La “confusione” del portafoglio clienti è il primo grande scoglio da superare. Il rapporto cliente-avvocato è fondato sulla fiducia, sull’intuitu personae (art. 11 Codice deontologico), ma spesso gli egoismi e le paure hanno il sopravvento sulle ragioni di marketing e sui progetti di cross-selling.
Questioni di governance e responsabilità sono altrettanto insuperabili per gli avvocati. La gestione di una società richiede regole chiare e condivise, ma la maggioranza dei legali preferisce mantenere il controllo sulle proprie attività ed evitare le complicazioni di un’organizzazione centralizzata. La responsabilità patrimoniale e l’assenza di vantaggi fiscali rappresentano un ulteriore ostacolo, spesso fatidico.
La costituzione di una società comporta costi di avvio, gestione tributaria e amministrativa, e può richiedere un investimento di tempo che molti avvocati preferiscono evitare. Al contrario, i network si basano su collaborazioni più leggere, spesso informali o temporanee, più facili da creare e flessibili da gestire o da cessare.
La resistenza fortissima alla perdita di autonomia è tipica delle professioni intellettuali, per questo molti avvocati e studi legali anche organizzati preferiscono collaborare tra loro con modalità elastiche e informali. Numerosi sono quelli che condividono gli spazi e semplicemente si scambiano lavoro quando offrono alla clientela servizi differenziati per specialità.
Il lavoro in studi condivisi e la collaborazione con altri studi o professionisti con la forma del network permette di mantenere autonomia gestionale, il controllo sul proprio brand e sulla clientela, senza perdere le occasioni che il networking per sua natura è in grado di attivare.
Gli avvocati preferiscono collaborare con i colleghi solo quando serve, senza dover condividere la proprietà dello studio o sottostare a regole rigide e reportistiche defatiganti.
I network sono più dinamici e adattabili ai cambiamenti di mercato o alle esigenze personali e permettono di risparmiare sulle spese comuni, aggregare competenze diverse e collocazioni geografiche distinte, anche internazionali, ognuna strategica per ragioni diverse, così da proporre alla clientela servizi più completi e competitivi.